L'atemporalità di facebook

Posted by Diario dall'apocalisse on gennaio 22, 2011

La tecnologia rende tutto più veloce. Anche i cambiamenti culturali, o perlomeno questo è ciò che appare, sebbene sanno bene tanto i biologi dell’evoluzione quanto i sociologi e gli storici quanto alcune proprietà siano dure a morire e quanto la velocità del cambiamento sia di difficile misurazione; in conseguenza della sua problematica misurazione, è difficile anche parlarne riferendosi a dati oggettivi. Tuttavia per ciò che ci interessa qui e ora basta la semplice impressione. La tecnologia rende tutto più veloce e sembra quasi che la storia acceleri: i cambiamenti e le notizie si susseguono davanti ai nostri occhi (e sui nostri monitor) l’una dopo l’altra, portandoci a conoscenza di eventi, persone e cose sempre diverse, nel tempo e nello spazio; il flusso di informazioni è tale da sommergerci, da rendere sistematicamente un problema la scelta e la selezione di quelle che conviene o che non conviene sapere, che vanno o non vanno approfondite, che vale la pena visionare o meno. Confusi, spiazzati e sovraccarichi per una tale portata del flusso di informazioni, finiamo spesso nella trappola diabolica che blocca il meccanismo di selezione ed estingue la sua funzione, determinando un livellamento delle informazioni, un appiattimento degli eventi e delle emozioni che questi suscitano in noi. Del resto questa predizione, che aveva già allora tutta l’aria di una previsione, era stata fatta da personaggi di spiccata sensibilità e intelligenza dell’inizio del secolo scorso: mi riferisco soprattutto a Ray Bradbury e Aldous Huxley, scrittori che nelle loro opere distopiche (rispettivamente Fahrenheit 451 e Il mondo nuovo) prospettavano il rischio della trasformazione della democrazia e della società di massa (ancora emergente) in un orrendo sistema che pone al centro dell’impalcatura valoriale la felicità individuale e collettiva, a scapito della possibilità di provare emozioni. Le emozioni sono dannose: turbano la felicità (una concezione negativa di felicità, nel senso ellenistico del termine, riferendosi allo stoicismo e all’epicureismo).

Dunque, tutto è più veloce. Un ragazzo tipo di diciannove anni ha delle abitudini completamente diverse da uno di sedici, ma tale diversità media non dipende semplicemente dalla differenza di età e dalle sue ovvie conseguenze per il tipo di impegni, bisogni e interessi: infatti, nei tre anni che li separano, sono successe molte cose che hanno avuto un impatto notevole sulla vita quotidiana e sulle abitudini più usuali che si possono immaginare. Per esempio quando l’attuale diciannovenne, tre anni fa, aveva sedici anni, non esisteva ancora la moda dei social network, Facebook in primis. Esisteva invece la moda dei blog su Live Spaces, il servizio degli utenti di Messenger, ed esistevano le mail, insieme con la chat, come principale strumento di comunicazione interpersonale nel mondo virtuale. Oggi, un ragazzo di sedici anni medio ha un account su Facebook, pubblica i suoi pensieri su Facebook, invia e riceve messaggi su Facebook, usufruisce del servizio di chat di Facebook, perché Facebook è un sito multifunzionale che proprio per questo motivo per alcuni sta diventando, preoccupantemente, sinonimo di internet; invece, benché non in tutti i casi, chi era inserito nel mondo virtuale già prima dell’avvento di Facebook, più facilmente ha mantenuto dei legami con il vecchio servizio di posta elettronica e con i vecchi programmi di chat, e di certo non perché i ventenni sono più conservatori e meno inclini all’innovazione tecnologica di quanto lo siano i sedicenni, e così in alcuni casi può capitare plausibilmente che si crei una sorta di distacco generazionale, anche se generazionale letteralmente non è, tra gruppi estesi di persone di età simili, che in altre condizioni le accomunerebbero. Raggruppare tutti i servizi su Facebook è comodo, perché per tenersi aggiornati su impegni e contatti è sufficiente connettersi al proprio account: ognuno può vedere, appena connesso a internet e in un colpo solo, se ha ricevuto messaggi, foto, commenti, frasi, inviti. Ma cosa vuol dire comodo? Perché diciamo che è comoda la centralizzazione delle nostre attività? Perché evitiamo di dover aprire diversi programmi, uno per ogni servizio di cui vogliamo servirci. E inoltre si impiega un intervallo di tempo sensibilmente minore ad aprire una pagine e controllare le notifiche, che riassumono il tuo status, piuttosto che a rischiare di dover aprire, diciamo, il programma di ricezione delle mail per poi scoprire che non ce ne sono nuove, oppure il programma di chat per scoprire che nessuno è in linea. Meglio fare tutto in una volta e concentrare le attività nel tempo. In tutto questo discorso si è assunto come principio fondante quello secondo cui la riduzione del tempo impiegato a compiere un’attività è conveniente ed è preferibile alla diluizione della stessa attività in un lasso di tempo di maggiore durata. Questo è lo spirito del tempo.

La convinzione appena esposta è largamente condivisa (del resto se non lo fosse non si potrebbe definire come rappresentativa dello spirito del tempo) eppure è falsa (una delle cose più importanti che insegna la cultura scientifica è che non è affatto vero che la plausibilità di un fatto è maggiore se maggiore è il numero delle persone che sono convinte della sua verità). È falsa perché prende le mosse, sottobanco, da un’altra convinzione, cioè che il prodotto di un’attività sia indipendente dal tempo che si è impiegato a compierla. Comprendo benissimo chi, leggendo alcune delle considerazioni fatte, rinfacci l’autore di essere fin troppo impregnato di linguaggio scientifico e di non riuscire a farne a meno anche nell’esposizione di questioni lontane dall’argomento di discussione; ma l’autore può rispondere loro, senza indugi, che la storiella della dicotomica divisione tra ambito umanistico e ambito scientifico è acqua passata, almeno nella sua testa e a suo modesto parere. Comunque, si ritiene ingenuamente che il tempo alteri la durata e l’accessibilità alle informazioni senza alterarne i contenuti. Come se il testo abbreviato di un sms potesse sostituire completamente una telefonata, o la visione di un film ispirato a un romanzo costituire un buon surrogato alla lettura del libro; come se il riassunto di una storia modificasse la sua durata, accorciandola, ma non la sua trama; come se dalla minore quantità non seguisse spontaneamente la minore qualità, come se la parte potesse completamente sostituire l’intero. Come se un nano fosse un gigante con le gambe tagliate.

Un pensiero interessante di Agostino d’Ippona era la teoria della distensio animi, secondo cui lo scorrere del tempo è una sensazione soggettiva indissolubilmente legata all’interiorità della persona: la persona (nella stessa accezione Agostino parla di anima) vive del proprio passato ed è tesa al raggiungimento del proprio futuro, il presente non è che un lampo, un attimo, un istante, che unisce e divide il passato e il futuro. La persona quindi non è che tempo e capacità di percepirlo nel suo perenne scorrere. L’idea della persona in relazione al tempo torna utile per una interessante catena di osservazioni: la tecnologia, rendendo tutto più veloce, sta modificando il rapporto dell’uomo con il tempo, ma essendo una parte dell’essere uomo cosciente legata al tempo, la tecnologia sta modificando il rapporto dell’uomo con la sua stessa umanità. Prima di passare all’analisi della seconda parte della catena di proposizioni, continuiamo a ragionare e a riflettere sul modo in cui il sistema del social network influenza il tempo e l’importanza che attribuiamo al tempo in relazione agli altri. Come già detto, prima che Facebook fosse così di moda e capillarmente diffuso, c’era stata un’esplosione dei blog personali degli utenti del servizio di Messenger. Ognuno aveva la possibilità di costruire una pagina personalizzata nel layout, nei dati personali e nelle aggiunte a piacere di informazioni (classici erano gli amo e gli odio) e link consigliati, nei contenuti, nello stile e nella lunghezza degli interventi. Comunque, ciò che ora importa, era il sistema di archiviazione automatica degli interventi, che permetteva a tutti i lettori di rileggere a proprio piacimento i vari interventi pubblicati fin dall’apertura del blog, anche dopo mesi o anni dalla loro pubblicazione. Quindi ciascuno, pezzo dopo pezzo, scriveva sé stesso e gli era possibile a distanza di tempo riguardarsi com’era prima, nel passato. Facebook ha un sistema ben più incentrato su un altro tempo, che è il presente, e questo rende l’espressione di sé molto più superficiale. Se l’espressione di sé con il blog personale era un racconto, la sequenza degli interventi nel tempo, con Facebook diventa qualche frase, straordinariamente meno espressiva rispetto a un intervento, di cui non è facile nemmeno ricostruire la successione nel tempo, perché le frasi, i commenti, i link inviati dall’utente o dai suoi amici dopo un certo periodo scompaiono dall’account e non c’è un’archiviazione sistematica. Si tende a pubblicare frasi proprie o altrui che andranno dimenticate, sia da chi le scrive e legge che dal social network stesso, tanto velocemente quanto sono state concepite, in un attimo. È quell’attimo, è il presente, che sta progressivamente allontanando l’uomo dalla sua singolarità, dalla sua peculiarità, dalla sua individualità che fanno parte della sua umanità, avvicinandolo piuttosto alla piattezza delle esperienze, dei pensieri e delle emozioni. Si potrebbe notare che esistono su Facebook anche le note, simili agli interventi dei blog, e le foto, che non vengono rimosse ma archiviate; ma ancora una volta, nonostante questi elementi compaiano in ordine di pubblicazione nella pagina, si ha più l’impressione di trovarsi davanti ad una collezione di parole e immagini più che all’espressione di sé di qualcuno. Tanti elementi di luoghi, persone, momenti diversi tutti raggruppati sulla stessa pagina, nella loro immediatezza. Quello che conta è il presente, e ce lo dobbiamo godere: sembra che la tecnologia, con la sua velocità, voglia dirci questo.

E allora, facciamo il logout, spegniamo il teleschermo e leggiamoci Bradbury, Huxley, Orwell, Asimov, Tolkien, Camilleri, Saramago… e godiamocelo davvero.

Last modified on gennaio 22, 2011

Categories: Riflessioni
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5 Responses to “L'atemporalità di facebook”

  1. Stefano Says:

    http://www.guardian.co.uk/media/2011/jan/22/social-networking-cyber-scepticism-twitter

  2. Monsieur en rouge Says:

    “Turkle’s thesis is simple: technology is threatening to dominate our lives and make us less human. Under the illusion of allowing us to communicate better, it is actually isolating us from real human interactions in a cyber-reality that is a poor imitation of the real world.”
    Esattamente. LESS HUMAN

  3. Joe Senzanome Says:

    Non mi piace questo pessimismo. Personalmente odio facebook e sono tuttora indeciso circa la sua utilità, almeno a fini non pubblicitari, però non mi sento di affermare che contribuisca a rendere sterili i rapporti umani: sono convinto che il 90% di chi scrive su facebook non avrebbe mai preso “una penna in mano” per esprimere la propria opinione. Fino a dieci anni fa, quelle persone sarebbero state sedute a guardare la tv( e vedi quanta interazione col mondo c’è in quel caso). Inoltre vedo nel discorso una qualche declinazione contemporanea, cioè adattata ai tempi, del nonno che ha nostalgia del tempo passato. Se è vero che i progressi tecnologici si susseguono sempre più rapidi dandoci a stento il tempo di adattarci, lo stesso non può essere detto circa quelli in campo umano, e dunque in vecchi di oggi non sono più gli ottantenni, ma noi ventenni che da un lato non abbiamo punti di riferimento in campo umano, dall’altro ci sentiamo già vecchi rispetto ai quattordicenni che usano le nuove tecnologie in maniera naturale. E poi anche la letteratura è una qualche forma di manipolazione artificiale, ovvero una tecnologia che rende presente quel che non è più. Scrivere non è una cosa naturale, ma artificiale, non ha nulla a che vedere con la realtà in sé: allora chiudiamo anche i libri e andiamo al mare?

  4. Giulio Says:

    Il mezzo è potentissimo. E’ l’uso che se ne fa che deve essere la chiave di tutto.
    Istruire le masse a un uso di internet per i propri fini e non per quelli dei padroni è come passare dalla classe in sé alla classe per sé.
    Per cui, miei cari, introdurrei il concetto di “egemonia mediatica”, che arricchisce e rivitalizza quello di “egemonia culturale” gramsciano. Non è il mezzo il problema, ma l’uso. E una diffusa e massiccia campagna di ridefinizione dell’uso porta a cambiamenti epocali: internet sta agevolando la cultura antimafiosa, per esempio, in maniera molto forte.

  5. Monsieur en rouge Says:

    Non c’è nostalgia dei bei vechci tempi nel mio discorso, anche se così può sembrare. Il paragone tra gli usi dei quindicenni e quelli dei ventenni è proposto per esemplificare la velocità ( almeno apparente) del cambiamento.
    Inoltre, come ha risposto anche Giulio, non è Facebook in sé ad essere dannoso per i rapporti umani, ma l’uso che se ne fa. Anche per quanto riguarda la letteratura: certo è qualcosa di artificiale, ma non lede i rapporti umani (generalmente). Può anch’essa, come Facebook, diventare dannosa se alienante. È l’alienazione dall’essere umano che è dannosa, non lo strumento in sé per cui avviene l’alienazione. Anche il bovarismo è una forma patologica e alienante di rapportarsi alla letteratura. Tuttavia il bovarismo non è sistemico; e di facebook è difficile fare un uso piuttosto che un altro, se gli effetti alienanti derivano non dall’uso ma dalla struttura stessa dello strumento, che è indipendente da chi ne usufruisce (es. per quanto io voglia archiviare alcune discussioni interessanti che escono ogni tanto sulla bacheca di qualcuno, è il sistema social network che mi impedisce sistematicamente di farlo, e ciò non dipende dalla mia volontà)

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